Quando si parla di servizi pubblici essenziali, i riflettori si accendo -giustamente- su categorie che sono in prima linea nella lotta al Coronavirus.
Medici, infermieri, protezione civile, Croce Rossa e (quasi) tutti i cittadini, stanno dimostrando, in questi giorni che l’Italia è migliore di quanto non ci si sarebbe potuto aspettare solo guardando al “rumore incomprensibile” del dibattito politico ante crisi.
Per queste persone -giustamente- si scomodano iperbole dialettiche (retoriche) che ruotano intorno al sostantivo “eroe”. Ciascuno di loro lo è. E, per la proprietà transitiva, (quasi) tutti lo sono. Quelli per cui ricorrono i titoli dei giornali, quelli che rimangono chiusi in casa e quelli la cui attività è liquidata senza ridondanti aggettivi. Come se non esistessero.
Bisognerebbe avere l’umiltà di raccontare anche quella parte del Paese, composto di persone “comuni” che sono state “precettate” perché il loro lavoro è essenziale affinché il Paese non chiuda. Affinché le merci, i medicinali, le “mascherine” possono arrivare negli ospedali, nelle farmacie, nei negozi, nei mercati e nei supermercati o nei negozi di vicinato; affinché i cittadini -pur in mobilità ridotta- possano raggiungere questi luoghi (uffici postali, ospedali, banche, farmacie) e soddisfare quei bisogni ancorché in linea con le disposizioni del Dpcm dell’11.3.2020- che sono insopprimibili. Vitali.