E' notizia della scorsa settimana: dopo un "chiarimento politico" tutto interno al Ministero dello sviluppo economico, l'argomento carburanti è uscito dalle bozze in circolazione del cosiddetto decreto legge "fare 2", della cui precedente stesura (cfr. art. 10, commi dal 7, al 24) avevamo appena accennato nell'articolo "20 cent di accisa oltre la UE: è questo il macigno che grava sul settore".
Non c'è il minimo dubbio che si tratti di una buona notizia, perché si andava delineando l'ennesimo provvedimento "nano" (ma distruttivo) che dietro annunci di facciata già proposti ripetutamente in passato in ogni salsa -ristrutturazione della rete, 5.000 impianti chiusi, azzeramento dello "stacco Italia", ghost liberi, più tabacchi per tutti- avrebbe dovuto nascondere il solito "vuoto" di programmazione e di riforma.
Un deficit che si è ormai andato consolidando nel tempo per effetto della combinazione tra la scarsa attenzione di cui il settore gode nel Ministero -naturalmente ad evidente e progressivo discapito del grado di competenza- ed il bassissimo profilo delle questioni che vengono poste dall'unico soggetto che proprio al Ministero sembra avere una soddisfatta udienza.
Niente di più esplicito, in questo senso, che le parole riportate da Staffetta Quotidiana nell'intervista al nuovo Presidente di Unione Petrolifera, Alessandro Gilotti.
"Quando fummo convocati a fine luglio chiesi esplicitamente a Zanonato se avrebbe voluto ricevere il nostro piano [di ristrutturazione, ndr]. Faticai un po' per convincerlo, ma poi accettò. Abbiamo un ottimo rapporto con il ministero, franco e competente, e speriamo che la riorganizzazione non lo comprometta."
E ancora.
"Il Piano [si riferisce proprio alla ristrutturazione contenuta nelle prime bozze di decreto "fare 2", ndr] è uno dei punti qualificanti della nuova Unione Petrolifera. Per la prima volta siamo riusciti ad avere una posizione comune."
Proprio in quest'ultima affermazione c'è un po' tutto.
L'industria -fiaccata da due lustri di furbizie, ripicche e incomunicabilità interne, oltreché da un market leader che nel frattempo ha spensieratamente preso a vestire i panni scapestrati di mina a grappolo vagante (anche per se stesso)- va alla difficoltosa ricerca di una "posizione comune".
E, come darle torto, comincia dalle "cose semplici": prima di tutto prendersela con gli "altri", meglio se deboli, e quindi "dagli al gestore!" (ma i retisti già sono stati messi nel mirino); poi spostando l'attenzione di tutti sugli impianti "incompatibili" per fare la ristrutturazione, ciascuno confidando nella sua capacità di "resistere" e immaginando che alla fine sarà qualcun altro a dover chiudere (quindi nessuno, come al solito); infine eliminando qualsiasi vincolo all'apertura dei ghost, sfondando porte (sul niente, anzi sull'abisso) già ampiamente aperte ma che nelle presentazioni in power point dei grandi manager fanno un'ottima figura.
Il fatto è che, a ben guardare, sono quindici anni che l'industria è ferma alla "cose semplici", ripetendo ancora fino ad oggi le medesime "cose". Come fosse un mantra.
E come era fin troppo semplice prevedere, tutte le altre, lasciate colpevolmente a se stesse e senza "governo", si sono sempre più trasformate in "cose assai complicate", in effetti mortifere: una per tutte, l'anomalia -solo italiana per come è gestita e per gli effetti che determina- dell'extrarete.
Proprio per questo allora, seppure è buona cosa che la ristrutturazione -almeno nei termini previsti dalle bozze del decreto- insieme a tutto il resto (sulla nuova presa in giro dei tabacchi è meglio tacere) sia stato stralciato dal dl "fare 2", è necessario tornare a rilanciare l'iniziativa che ha visto le Organizzazioni dei Gestori, unite, proporre pubblicamente ed in modo trasparente (non sussurrandolo alle orecchie di qualche funzionario ministeriale) un "modello di razionalizzazione pilotata".
Non certo perché si tratta di una "misura" decisiva per "azzerare lo stacco Italia", visto che le stesse relazioni illustrative di parte governativa ammettono che, dopo l'eventuale e del tutto ipotetica chiusura di 5.000 impianti, il "risparmio" stimato sarebbe nell'ordine di 7 millesimi al litro in due anni, ammesso e non concesso che fosse interamente trasferito sul prezzo al pubblico.
Né perché sarebbe una mano santa imposta sull'efficienza degli impianti sopravvissuti, considerato che questi si dividerebbero un "tesoretto" davvero residuale.
A regola, infatti, i 5.000 impianti da chiudere dovrebbero essere piccoli e inefficienti -diciamo da 600 klt. medi di erogato?- rimettendo a favore del resto della rete 3 miliardi di litri a dir tanto, vale a dire poco più di 150.000 litri per impianto: è questo l'effetto salvifico e che riporterebbe economicità nel settore della distribuzione?
Perché, allora, riproporre il modello di razionalizzazione pilotata?
Intanto perché, come qualche collega altrove ha già giustamente avvertito, "stralcio delle norme o no, la tregua non è destinata certo a durare ancora a lungo!" e c'è da scommettere che, prima o poi, il sussurro ossessivo e compulsivo dell'industria tornerebbe a trovare orecchie disponibili.
Poi perché è assolutamente indispensabile dare una risposta tangibile a quelle migliaia di colleghi che sono già stati espulsi a forza o stanno per esserlo, senza nemmeno poter accedere al Fondo indennizzi, grazie a quelle compagnie che invece di chiudere punti vendita manifestamente inefficienti -e anche incompatibili- li trasformano in ghost. E per fare questo è indispensabile passare attraverso un progetto organico di ristrutturazione.
Infine perché riuscire finalmente ad aprire una discussione seria sulla necessità di razionalizzare la rete, magari anche con soluzioni differenti da quelle proposte dai Gestori, ma pure semplicemente serie e seriamente discusse, già di per sé avvierebbe fatalmente riflessioni e porrebbe interrogativi che indolenza e colpevoli negligenze finora hanno fatto ignorare.
Parlando di razionalizzazione, per creare le condizioni di far fare un salto di qualità al settore sarebbe sufficiente, ad esempio, che si spostasse il quesito dal solito e consunto "perché non si chiudono gli impianti?" (risposta per altro scontata: perché i proprietari non li chiudono) a quello inesplorato sul "perché continuano ad aprirsene di nuovi?" in un mercato che tutti definiscono saturo.
Qui non è nostra intenzione alludere né esaurire il ragionamento sulla cosiddetta "moratoria", vale a dire a quel periodo congruo di fermo alle nuove aperture (pur con le flessibilità che il modello dei gestori individua) che è semplicemente ragionevole prevedere se si vuole dare senso allo sforzo teso a chiudere migliaia di punti vendita. Quella moratoria che molte parti interessate pronosticano -nella migliore tradizione delle profezie autoavverantesi- come inveitabilmente soggetto ad incontrare gli strali delle autorità di vigilanza.
A questo proposito, sia detto per inciso, bisognerebbe finirla con il mal vezzo di trattare Istituzioni come la Commissione Europea e l'Antitrust italiana come se fossero dei jukebox: uno mette la moneta, pretendendo poi che questo canti la canzone che serve a risolvergli le sue questioni di bassa cucina. Vale ora che si tratta di ristrutturazione, contratti di commissione, ghost o moratoria, come sarebbe dovuto valere in passato per molto altro.
Ma, tornando sul punto, vorremmo sottolineare che -dovendo individuare soluzioni serie per ridimensionare la rete distributiva- chiedersi per quali ragioni qualcuno ritenga (spesso a giusta ragione) molto conveniente continuare ad aprire nuovi punti vendita in Italia, seppure in presenza di numeri assoluti e relativi superiori a quelli di Inghilterra, Germania, Francia e Spagna, significherebbe non poter più ignorare le storture del mercato che impediscono a moltissimi di poter concorrere e a pochi di godere di vantaggi competitivi incomprensibili, come insegna la vicenda di EnerCoop a San Bendetto del Tronto, puramente esemplificativa di una realtà assai diffusa su scala nazionale.
E' questa gestione opaca e distorcente il mercato che si ha in Italia del cosiddetto mercato extrarete; sono le storture che consentono impunemente ai fornitori di praticare a proprio piacimento condizioni palesemente discrimatorie tra distributori presenti nel medesimo livello della filiera e nello stesso bacino di utenza, malgrado le norme prescrivano altro; è l'assenza di attenzione, controllo e vigilanza delle Istituzioni che dovrebbero fare applicare quelle norme; è tutto questo che ferisce mortalmente mercato e concorrenza, spinge d'imperio migliaia di gestori fuori mercato, trasforma d'incanto impianti strutturati ed "europei" (altro che incompatibili) in punti vendita inefficienti e, di conseguenza, apre quello spazio che altri soggetti, senza alcun merito iprenditoriale, utilizzano facilmente a proprio vantaggio aprendo nuovi impianti.
Parlare di razionalizzazione in modo serio, quindi, significa finalmente potere/dovere occuparsi delle "cose complicate", sulle quali l'industria, oggi come ieri, è incapace di trovare una posizione comune e che la politica ha dimostrato di rifuggire in ogni modo.
E' per questo che l'industria petrolifera si rifugia nei sussurri alle orecchie di un "pezzo" del Ministero, evita qualsiasi confronto costruttivo sul tema e continua a strattonare i jukebox come fossero un flipper.
La razionalizzazione pilotata, che i gestori offrono come contributo al dibattito, può rappresentare un occasione per l'intero settore se saprà essere utilizzata come un veicolo attraverso il quale inoculare punti interrogativi diversi e pertinenti ed avviare la ricerca di nuove risposte alle questioni che lo stanno condannando all'inefficienza e alla disgregazione.
Questo è il terreno individuato dalle considerazioni politiche che hanno accompagnato l'accordo sul modello di contratto di commissione tra retisti e gestori ed è su questo terreno che retisti e gestori hanno il compito di incalzare al confronto aperto l'industria petrolifera e quella parte di Ministero che ha chiesto e ottenuto il "chiarimento politico" che ha guadagnato la "tregua" attuale.
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