Mar27072021

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L’ILLEGALITA’ E’ MOLTO PIU’ DIFFUSA DELLE MAFIE. I CONTRATTI, CARTINA AL TORNASOLE DELLA “PIRATERIA”.

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Inutile girarci più attorno: i comportamenti illegali nella distribuzione carburanti sono molto più diffusi di quanto sia riuscita ad infiltrarsi la criminalità organizzata, in un modo o nell’altro.

Vale la pena lasciare ai sociologi l’indagine sul fatto che le mafie abbiano potuto godere di un terreno maggiormente fertile proprio grazie all’endemica inclinazione ad abusare degli già squilibrati rapporti di forza, dei vuoti normativi, dell’orgoglio esibito nello spingersi sempre un po’ più oltre il segno, di controllori per troppo tempo disarmati e comunque con una vaga reazione conciliativa.

Quel che conta -ma non stupisce- è che, tolta la presa di posizione ad onor di firma o l’intervento nel convegno di turno, rimane l’assoluta assenza del settore, degli attori che “contano”, i quali continuano a sottrarsi a qualsiasi forma di collaborazione fattiva alla costruzione di una visione di prospettiva, ad un progetto, ad una riforma organica.

Persino il richiamo alla “ristrutturazione”, ancora buono solo finché creduto impossibile da realizzarsi, è ormai uscito dai radar.

Salvo quella che dovesse occasionalmente nuocere a qualcun altro, é il concetto stesso di Regola che viene vissuto come un odioso ostacolo da dover aggirare o eludere.

E’ un evidente riflesso pavloviano: la “riforma” evoca la necessità di un impegno diretto, l’assunzione della responsabilità se non nel concepirla, almeno nel dovere poi di muoversi nei suoi confini.

Con la criminalità al proprio fianco ci si sente tutti più “puliti”, più “buoni”, o almeno “giustificati”.

E’ quel che accade quando l’indignazione per i casi che esplodono clamorosamente, nasconde gli affari che vengo intrecciati turandosi il naso o fino a prova contraria, in nome di un garantismo senz’altro degno di ben altra platea.

Ed é esattamente quel che succede con i contratti dei Gestori.

Così come emerge dalla articolata denuncia (vedi allegato) che i Sindacati hanno recentemente recapitato a Governo, Parlamento, INPS, INAIL e Carabinieri, sui  rapporti contrattuali tra il titolare dell’autorizzazione ed il “terzo” al quale viene affidata la conduzione dell’impianto, che la legge definisce Gestore, rapporti contrattuali che risultano del tutto estranei alla normativa speciale che il Legislatore ha più volte ribadito essere necessaria anche a tutela del mercato e della concorrenza, in un settore particolarmente atipico.

Non fosse altro che per via del vincolo all’approvvigionamento in esclusiva dei prodotti carburanti e per il conclamato riconoscimento del carattere di dipendenza economica.

D’altra parte, le stesse controparti contrattuali (tutte, senza esclusione alcuna) hanno denunciato, non ricordiamo più nel corso di quale convegno o presa di posizione, il fenomeno crescente e anticoncorrenziale del “dumping concorrenziale”.

Volendo intendere, con questo, che i titolari di autorizzazione onesti subiscono un danno economico a causa del vantaggio competitivo illegittimo guadagnato da quelli che non si uniformano ai contratti di gestione stabiliti dalla legge speciale e, di conseguenza, le condizioni economico-normative che sostanziano il rapporto contrattuale, oggetto degli accordi collettivi di cui alla medesima normativa di settore.

Insomma, non si può dire che il settore non sia pienamente consapevole del (dis)valore oggettivo di quanto avviene.

E tuttavia, quando si è trattato di “fare”, di collaborare per disegnare le condizioni utili ad impedire concretamente che il misfatto si compia, le sollecitazioni del Sindacato dei Gestori hanno dovuto continuare a fare i conti con un atteggiamento che, se fino ad un certo punto poteva essere definito distratto e inerte, ora appare oggettivamente colpevole e corresponsabile.

Il modo con il quale vengono stracciate -oltre che dalla criminalità organizzata- le Regole sui contratti e quindi sugli accordi collettivi, oltreché la volontà stessa del Legislatore, è il sintomo più evidente, perché costituisce persino motivo di vanto, e la cartina al tornasole più significativa del grado di adesione alla legalità di ciascun singolo soggetto.

Non c’è bisogno di esporre una sdrucita bandiera con un teschio in campo nero per essere considerati dei pirati.

Perché un soggetto che viola le norme che presiedono al rapporto con il Gestore, potrebbe essere credibile quando si lamenta dei danni subiti per i comportamenti illegali di qualcun altro, fosse pure la criminalità organizzata in persona ad averli compiuti.

O quando pretende norme più stringenti e controlli più efficaci, ma sempreché le une e gli altri siano riservati solo a qualcun altro?

A queste condizioni, chiedersi perché i Gestori siano stati lasciati da soli, anche in questa occasione, nel chiedere l’intervento delle Istituzioni verso una pratica che ormai sconfina nel “caporalato petrolifero”, risulta un esercizio meno che retorico.

L’attrazione gravitazionale esercitata dal buco nero dei comportamenti illegali deve trovare una resistenza almeno altrettanto potente da coloro che aspirano a non farsi inghiottire.

A nessuno è consentito girarsi dall’altra parte.

Nemmeno se è costretto a mettere d’accordo il diavolo e l’acqua santa.

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