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IL CORAGGIO DI RISCHIARE, LA FORZA DI DUBITARE

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cordata

di Roberto Di Vincenzo

Se non avessimo la forza di dubitare, probabilmente non avremmo nemmeno il coraggio di rischiare: rimarremmo, cioè, all'interno di quell'aurea mediocritas, nella quale i contraccolpi del mondo arriverebbero attutiti in attesa che il tempo trascorra. Lentamente. Senza scegliere. Senza provare a lasciare sulla sabbia della nostra storia, almeno una piccola impronta, traccia del nostro passaggio di uomini.

Questo vale in assoluto, per la nostra vita di ogni giorno e per le idee, le passioni, i sogni, le utopie che inseguiamo. Perchè siamo vivi. Perchè pensiamo. Perchè abbiamo deciso di non essere inermi spettatori di quanto accade intorno a noi.

Nella vita, anche se proviamo a nasconderci od a lasciarci portare dalla "corrente" senza opporre alcuna resistenza, arriva sempre il tempo delle scelte. Il momento nel quale è impossibile sottrarsi. Nero o bianco. Buio o luce. Vigliaccheria o coraggio. Certezza o dubbio.

E, quello che scegliamo, è il frutto del nostro portato, del nostro vissuto, di come abbiamo approcciato alla vita ed a quei problemi che abbiamo fatto tanto, quando sono emersi, per evitare o lasciare nel limbo dell'agnosticismo. "Per il momento non è un mio problema". "Tanto qualcuno ci penserà". "Vedrai che, alla fine, i problemi si risolveranno". Ed altre amenità simili.

Scegliendo la strada del disimpegno dobbiamo avere la coscienza di ammettere che abbiamo mentito a noi stessi. Che abbiamo, per paura di decidere, messo nella sacca posta dietro le nostre spalle tutti i problemi che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare. Sperando che lo scorrere del tempo li avesse risolti.

C'è di più. Abbiamo rifuggito il confronto con gli altri, la contaminazione con esperienze diverse dalle nostre, la solidarietà con chi era, più di noi, in difficoltà con l'unico risultato di rimanere soli.

Una solitudine che si è fatta progressivamente più aspra e, a volte, rancorosa verso tutto e tutti e che segna la nostra impotenza ad invertire ciò che abbiamo prodotto come frutto della nostra estraneità verso il mondo che ci circonda. Che ci ha chiesto di scegliere. Di decidere insieme agli altri. Di operare senza sospetti. Di sperare nella nostra capacità di cambiare i rapporti di forza, in un Mondo che ci è sempre più sembrato ostile.

Ma a queste domande, spesso, abbiamo risposto negando l'evidenza e scegliendo di rimanere rintanati in un comodo ridotto dove sentirsi al riparo dall'usura del tempo e nell'assurdo convincimento che stare da soli, non immischiarsi, fosse la scelta migliore.

I fatti, gli accadimenti di questi anni hanno però dimostrato che "solo" non è poi così bello, che chiudersi è una sconfitta, che battersi per le proprie idee e per i propri diritti è, al contrario, accendere una speranza.

E "stare insieme agli altri" è anche il miglior antidoto per resistere ai nostri piccoli egoismi quotidiani.

Forse bisognerebbe, prima di ogni altra cosa, prendere coscienza di questa condizione per poter ripartire.

Ci vuole, in altre parole, il coraggio di rischiare le proprie certezze per scoprire che quelle che riteniamo tali sono solo le nostre"catene" che ci legano ad un presente che, senza un'azione che lo metta in discussione, rimane immutato ed immutabile.

Ma il coraggio senza il dubbio diventa incoscienza: quindi bisogna avere la capacità di esercitare, quotidianamente, il dubbio come antidoto alla certezza.

Dubitare è un atto di coraggio. E' non dare niente per scontato. E' passare al vaglio dell'esperienza ogni proposta. E' la ricerca della causa del problema. E' l'esame critico delle possibili soluzioni.

Come diceva Aristotele: compiendo azioni giuste diventiamo giusti, azioni temperate temperanti, azioni coraggiose coraggiosi.

Questa regola di carattere generale ha trovato la sua antitesi nel nostro settore nel quale una Categoria che ha faticato tanto ad affermarsi come tale, ha rinunciato alla propria identità privilegiando quello che poteva apparire un interesse particolare; ha preferito rifugiarsi nella certezza dell'incerto piuttosto che generalizzare l'esperienza individuale; ha preferito scambiare la speranza con la promessa; ha ceduto prima alle lusinghe e, poi, alle minacce; ha evitato di partecipare alle grandi sfide che venivano proposte pur di mantenere un basso profilo; ha giustamente criticato -spesso protetta dall'anonimato- tutte le iniziative assunte dal Sindacato (anche quella di far salire i prezzi per sanare i propri bilanci), bollandole come insufficienti ad invertire la tendenza ma ha evitato di far valere le proprie idee; ha evitato di partecipare alle azioni promosse rintanandosi dietro improbabili "diversità di vedute" o ad azioni che il collega di altro marchio -prima o dopo- praticava un prezzo più basso; ha accettato di diventare residuale.

Ha a suo modo scelto, trasferendo però la responsabilità di tale scelta sulle spalle di altri, non avendo il coraggio di ammettere che se responsabilità ci sono non possono essere ricercate lontano da noi.

Nella realtà non esiste alcun Henry Potter che agitando una bacchetta magica è in grado di sconfiggere il male e far trionfare il bene senza la partecipazione di alcuno.

Per raggiungere obiettivi e risultati -come la storia anche recente ha dimostrato- occorre che ciascuno sperimenti, sulla sua pelle, il gravame del dissenso verso la politica delle compagnie che lo ha messo all'angolo; che riprenda a parlare (magari a convincere) il Gestore vicino; che torni a praticare la solidarietà e la comprensione; che scopra come la compagnia petrolifera stia compromettendo (se già non la ha fatto) il suo futuro e quello della sua famiglia; che riscopra la voglia di discutere, nel Sindacato, con gli altri colleghi, le strategie e gli obiettivi; che sia pronto non a lamentarsi ma a realizzare le azioni decise, senza tentennamenti.

Lo stato di cose presente si modifica solo se ciascuno di noi è pronto a portare il suo "sassolino" per costruire la linea di difesa dalla quale partire per sferrare l'attacco. Senza delegare ad altri le scelte e senza avere il timore di "disturbare il manovratore".

Gli obiettivi sono sempre stati raggiunti in questo modo: un rapporto causa-effetto al quale migliaia di Gestori hanno dato il loro contributo per affermare il loro diritto a non essere considerati una "cosa". Una mera appendice ad un erogatore di benzina.

Mi verrebbe da dire, con l'ottimismo della volontà, che è arrivata l'ora di dire Basta! ma la ragione sa che svegliare dal torpore dell'intelletto (e dei propri interessi) chi si è abbandonato alla passività sarà difficile. Impossibile senza un deciso colpo di reni di un'intera Categoria.

Per essere ancora più chiari, ci troviamo di fronte ad un bivio: una strada porta verso la progressiva e inesorabile dissoluzione Gestore per Gestore, l'altra alla riaffermazione della Categoria.

Non ci sono altre vie da percorrere! E, come al solito, il futuro è nelle nostre mani. Di tutti noi. Senza alcun aiuto dall'esterno.

E’ in questo contesto che hanno (avrebbero) senso, hanno (avrebbero) un qualche effetto e utilità anche le analisi e le critiche più aspre verso le iniziative assunte o le scelte compiute, comprese le recenti sottoscrizioni degli Accordi con Esso ed Eni.

Per quel che ci riguarda abbiamo cercato, nei limiti del possibile e in una condizione esistente tanto degradata e frutto di scelte individuali del tutto opposte a quelle che abbiamo, come Sindacato, indicato ed incarnato, di ricominciare dal riscrivere (e sottoscrivere) le “regole” che sono necessarie a garantire un futuro possibile. Per tutti. A quelli che hanno pensato egoisticamente di salvarsi a danno del collega vicino ed a quelli che, invece, si sono opposti (e per questo pagando un prezzo). Abbiamo cioè, praticato quel principio solidaristico proprio di un'Organizzazione di Categoria.

Ora, anche se con difficoltà, un "nuovo inizio" è stato scritto.

Ed una maggiore partecipazione alle scelte potrà, se ci sarà, fare senz’altro di più e meglio.

Ma intanto bisognerà che ciascuno comprenda, anche in forza dell’esperienza fatta, quanto sia necessario difendere il patrimonio di “regole” -oggi appena ricostituito e condiviso con chi, fino a poche settimane fa’, faceva del suo disconoscimento la sua bandiera- e non svenderlo, pezzetto dopo pezzetto, mettendolo a disposizione del primo che solletica (o minaccia) la nostra individualità.

Di qui passa la nostra risalita come Categoria.

Infatti, senza regole, senza partecipazione consapevole, senza sacrifici, senza solidarietà, senza rinunce, senza avere la forza di opporsi, senza Sindacato, non c'è alcun futuro.

Quando si scala una montagna ciascuno deve sapere che è legato, con una corda, a tutti gli altri scalatori e deve potersi fidare degli altri per sperare di non cadere nel vuoto.

Ecco, questo è il segreto per riconquistare la vetta.

E' bene che tutti facciano le proprie riflessioni.

Chi poi le vorrà fare mettendole in comune con altri, troverà in Fegica porte sempre aperte.

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Li dai al benzinaio. Ma a chi gonfiano le tasche?

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