Gio09072020

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SE NON ORA, QUANDO!

tempo-e-la-vitaDOBBIAMO UTILIZZARE IL MOMENTO PEGGIORE PER LA NOSTRA CATEGORIA E RILANCIARE UNA PROFONDA RISTRUTTURAZIONE DELLA RETE, CHIAMANDO A RACCOLTA LE FORZE E LE INTELLIGENZE MIGLIORI DEL SETTORE. BASTA CONIUGARE I VERBI AL FUTURO: LA CATEGORIA NON HA PIU’ TEMPO PER ANACRONISTICI BIZANTINISMI.

Una crisi, quella del Coronavirus che, ancora al di là del concludersi, comincia però a porre a tutti i soggetti che operano sulla rete dotati di onestà intellettuale, inquietanti interrogativi sul futuro del sistema distributivo.

Il primo è che i circa 25.000 impianti -figli di una dissennata interpretazione delle norme sulla liberalizzazione- non servono. Sono troppi, poco capaci -per limiti di layout- a cogliere il nuovo, senza spazi sufficienti, senza attrezzature (o con attrezzature figlie di un lontano passato nel quale i Gestori erano considerati mere appendici degli erogatori e dispensatori di servizi gratuiti), senza possibilità di sviluppo e con una scarsa propensione a traguardare il futuro, per la miope visione di un settore che si lascia sfuggire la prospettiva difendendo strenuamente il profitto immediato. Il secondo è che l’altrettanto dissennata politica delle Aziende petrolifere: quelle che sono rimaste e quelle che sono migrate verso altri mercati più remunerativi e meno caratterizzati da norme (nazionali/regionali/comunali) che si affastellano in una Babele di voci e provvedimenti, spesso in contraddizione fra di loro, troppo esposte alla “moda” del momento ed asservite a ragionamenti di natura politica generale, nel cui nome il “reale” diventa appena verosimile.

Tali operatori, spesso multinazionali, hanno scelto la strada del disinteresse, dell’abbandono del mercato italiano e di un downstream ritenuto poco remunerativo, ed hanno promosso una rimodulazione della distribuzione a favore di una miriade di operatori indipendenti che, forgiando la loro struttura su modelli “pre-industriali” con la pressoché assenza dei diritti per i Gestori (a volte nemmeno quelle di legge), hanno trovato “nuove convenienze” a scapito dei più “esposti”

Così la rete è rimasta -almeno numericamente- sovradimensionata con un erogato medio ancora sempre più basso.

In tale contesto -che dovrebbe suggerire almeno prudenza- va sottolineata, in controtendenza, addirittura, l’apertura di nuovi impianti che, almeno secondo regole strettamente economiche, non avrebbe alcuna giustificazione congiunturale o di scenario, sempre che si prestasse attenzione al quadro generale (meno vendite, margini più bassi), anche se messo in relazione con le prospettive a breve-medio termine di mercato che appare in forte contrazione.

Un po’ quello che è accaduto in altri settori nei quali l’espansione dei settori produttivi (e commerciali) è stata fatta a scapito dei diritti e delle certezze di chi prestava il suo lavoro. Sotto qualsiasi forma. Una discesa che è cominciata più di dieci anni fa’ e che non accenna ad arrestarsi: in nome della globalizzazione (dei profitti?) e di una deregolamentazione che ha creato una schiera di “diseredati” e che ha rappresentato la pietra tombale posta sul nostro settore e sulla sua competitività.

Solo oggi si comincia a comprendere che questa situazione impedisce al Paese di attivare quelle risorse -economiche ed umane- senza le quali rischiamo di arretrare: vale la pena insistere con queste politiche solo per favorire una manciata di sgangherati ed arroganti rentiers?

Questo “pozzo” -a tratti apparso ai più sciocchi inesauribile- è stato ulteriormente “avvelenato” dalla grande confusione che regna sulla definizione del “prezzo internazionale” dei carburanti che, ciascuno Stato, ha delegato ad un terzo soggetto (in palese conflitto di interessi) che dovrebbe rilevare la media delle transazioni in un’area determinata del mercato globale, per fornire il benchmark su cui confrontare i prezzi praticati. Come se fossimo in un mercato regolato dal Cip e non sottoposto alla riservatezza delle transazioni (come ha avuto modo di rilevare anche il Parlamento Europeo)!

In Italia la situazione è ancora peggiore che, grazie anche all’invadenza (ingiustificata) dell’Agcm, ha generato una totale confusione. Nella migliore delle ipotesi ci troviamo di fronte a tre listini (parzialmente “secretati”): uno di riferimento, uno per le vendite in modalità servita ed uno per le vendite in modalità self-service. Al netto di ulteriori (soggettive) diminuzioni. Insomma, non c’è alcuna possibilità di capire come si muovano i prezzi nel nostro Paese se non confrontando i dati comunicati ad inizio settimana dalle compagnie -per vendite self- con quelli internazionali rilevati da Platt’s. Sullo base di questo raffronto, si misura lo “scostamento” del prezzo medio (ma che vuol dire medio?) italiano verso il “mitico” prezzo medio europeo (come se tutte le economie, le norme fiscali, i costi bancari, la remunerazione dei lavoratori, il reddito pro-capite prodotto, ecc., fossero uguali).

In questo tourbillon di numeri non riusciamo più nemmeno a capire dove e se esista una frode -al di là di lodevoli azioni repressive intensificate in questi ultimi due anni dalla GdF, inviata in trincea con fucili giocattolo contro le cannoniere poste a difesa di astronomici interessi- nei confronti dell’Erario, dei consumatori e del mercato.

L’Italia è diventata la meta di chi ha trovato il famoso “paese di Bengodi” nel quale siccome tutto è vietato, diventa tutto è possibile. Ciò, nonostante una caterva di Leggi, regolamenti, circolari, decreti, risoluzioni, indicazioni, provvedimenti, ecc., perché la struttura del nostro mercato, rende pressoché impossibile risalire, in maniera lineare, la filiera per attribuire le responsabilità ai soggetti che le hanno. E, poi, alla fine, con quale risultato?

Meglio prendersela con i più piccoli, con i Gestori che “immarcescibilmente” rimangono attaccati al loro impianto (non avendo altri fonti di sostentamento e dovendo onorare debiti accumulati in questo ultimo decennio), senza finanza creativa, senza poter spalmare perdite su altre attività, senza avere alle spalle consulenti dalle parcelle milionarie: tale condizione li rende più facili da controllare (o da vessare con l’introduzione di adempimenti che dovrebbero, invece, essere assunti, nei confronti di chi, a monte, gioca con i prezzi e con le norme lucrando decine di milioni) come se la ragione di ogni male prendesse avvio dagli impianti ed i Gestori non fossero soltanto le vittime.

E mentre in questo ordine/disordinato, ciascuno -al di fuori del Gestore- ricava una sua profittabilità aggiuntiva, quando le Organizzazioni di Categoria chiedono di riportare -almeno al valore di dieci anni fa’- i margini pro-litro, senza alcun differenza fra le due modalità di vendita, c’è una corsa ad innalzare il cartello dei NO!, con le motivazioni più disparate che vanno dal “mercato che soffre” alla competizione sfrenata, ai bilanci che piangono: insomma fare 300,00 €/Klt. di sconto verso un listino (fantasma) non appare un problema; portare il margine pro- litro del Gestore a 5/6 €cent/lt., invece, significherebbe far fallire la medesima impresa che fornisce il prodotto in esclusiva (fissando il prezzo al pubblico).

Ma, qual è la ratio se non quella di segare inconsapevolmente- il ramo dell’albero sul quale si è seduti? Davvero si pensa di distribuire tutto in self (come avviene all’estero ma con ben altre strutture e con un’offerta di non oil significativa) rinunciando alla gallina dalle uova d’ora del “sovrapprezzo” per il servito (che non compare nei calcoli di riferimento per la definizione del prezzo medio Italia) o a quei pochi servizi aggiuntivi che i Gestori offrono (pagando una sostanziosa royalty al titolare di impianto? Oppure c’è qualcuno che immagina, ancora, una sostituzione degli attuali Gestori con altri “soggetti” che provengono da realtà extracomunitarie e che sono “ipersfruttati” (come già adesso accade in una parte della rete -anche da operatori significativi per dimensioni, che comincia ad essere importante)?

Forse, prima di procedere oltre ci si dovrebbe porre la domanda retorica: come si fa’ ad ignorare che in un mercato quale quello descritto soggetti senza alcuna struttura di approvvigionamento che possa acquisire prodotto sui mercati internazionali siano competitivi? Da dove arriva il prodotto ed a quale prezzo? A quale prezzo viene commercializzato e con quali ricavi? Come fanno operatori senza struttura e senza fonti di approvvigionamento autonome a competere ed aggiudicarsi Aree di Servizio autostradali nelle quali, come è noto, si pagano royalties “profumate”, si rilasciano fidejussioni milionarie (per ogni area), ci si obbliga a garantire con continuità e regolarità il pubblico servizio e praticare prezzi competitivi rispetto a soggetti più strutturati e con canali di approvvigionamento autonomo?

Queste dovrebbero essere le domande (retoriche?) senza “accontentarsi” di 250,00 €uro di multa ai Gestori per la cattiva tenuta del registro di carico e scarico presso gli impianti piuttosto che pretendere l’incasso dei una presunta evasione di Iva sui cali carburanti che -a monte degli impianti- vengono non solo tollerati ma anche ben remunerati. Che ci siano o non ci siano (fino al max. 3%).

Poi, potremmo aggiungere che chiunque immetta al consumo prodotti, assolve l’accisa non sui volumi estratti realmente ma “corretti” a temperatura convenzionale (15°C) mentre dal Gestore incassa a temperatura ambiente con un lucro significativo. Anche sulla differenza di accisa (si consideri che per ogni grado aggiuntivo a quello convenzionale si determina una varia di 1 litro ogni mille). Ciononostante abbiamo moltissimi operatori che per rimborsare i Gestori -dopo le defatiganti procedure imposte per accedere al rimborso con un anno di ritardo- pretendono pure di farsi uno “sconto”. E fra questi, anche “blasonate” società petrolifere.

Ma, se tutti gli operatori presenti nel nostro settore fanno a gara per esporre le loro pubbliche virtù (senza far cenno, ovviamente, ai vizi privati), quando si tratta di passare dalla fase dell’enunciazione a quella della proposta, ciascuno ha la sua ricetta: una ricetta che ha come risultato non il “bene comune” del nostro Paese ma piccoli interessi di “bottega” che non troveranno mai una loro composizione. Per questo il nostro settore è destinato a rimanere fermo. immobile. Schiacciato fra le spire di una miriade di corsari senza scrupoli, vocati al proprio esclusivi profitto: a qualsiasi prezzo. Passando sopra ad ogni diritto. Facendo qualsiasi compromesso.

Ora, il difficile, è proprio comporre questo sistema ridondante di specchi che distorcono la realtà e provare -se vogliamo salvare il settore- a fare qualche passo in avanti assumendosi, ciascuno, la propria responsabilità.

A cominciare dalla Politica che fino ad ora ha dimostrato, su questi temi, uno strabismo imbarazzante (al di là dell’approvazione della risoluzione De Toma, rimasta senza alcun seguito nonostante le sollecitazioni avanzate dalle Organizzazioni di Categoria): divisa fra l’effetto annuncio di una mobilità elettrica ed una profonda “ignoranza” delle problematiche che interesseranno 100mila lavoratori e finanche della posta in gioco. Accise ed Iva (senza contare le sovrattasse regionali) assicurando un gettito di oltre 40 miliardi di €/anno senza i quali bisognerà “tassare” le bollette dell’elettricità (solo per fare un esempio) anche di chi non ha un autoveicolo.

Eppure, senza la presenza (obbligata) nel territorio di migliaia di Gestori che hanno garantito, distribuendo prodotti “fossili” la mobilità dei cittadini, l’Italia si sarebbe totalmente fermata: altro che energia dell’avvenire!

CHE FARE?

Per uscire dalla querula rappresentazione del quadro d’insieme e, insieme, dalla vaghezza e dall’indeterminazione è necessario provare a fare una proposta che segni un’inversione di tendenza partendo da un assunto forte: in Italia 15.000 impianti stradali e 350 aree di servizio (definite) autostradali sono più che sufficienti a dare risposte efficienti alla (nuova) mobilità.

Per fare ciò -come testimonia l’esame dei dati conferiti all’anagrafe appena costituita e delle incompatibilità ivi individuate spontaneamente (ma tanto chi controlla?)- il sistema non può basarsi sulla “volontarietà” per i motivi che abbiamo appena esposto.

Ci vuole un atto politico di indirizzo serio che disponga la chiusura -entro due anni- degli impianti inefficienti (quando non siano l’unico impianto del Comune) stabilendo la soglia di efficienza in almeno a 600.000 lt./anno per la viabilità ordinaria (vale la pena di ricordare che ci sono 5.000 impianti con un erogato fino a 300.000 lt/anno) e 2.000.000 di litri per quella autostradale (che ha un impianto ogni 25 Km. contro i 75 del resto d’Europa).

Nuove aperture potranno essere autorizzate -in un periodo di moratoria che potrebbe essere stabilito in cinque anni- soltanto a fronte della chiusura di tre/quattro impianti sotto soglia (come fatto in applicazione del Dpcm 8/7/1978, finora l’unico che ha consentito si scendere da oltre 40.000 impianti agli attuali 25.000). Con una riserva per chi, non presente, volesse entrare nel mercato italiano che dovrebbe essere definita anno per anno.

Naturalmente i nuovi impianti potranno essere autorizzati (un po’ come i PRG) -considerato che c’è obbligo di assenso da parte della Pubblica Amministrazione- esclusivamente se tali nuove installazioni prevedranno strutture adeguate ed offerte di prodotti per autotrazione complete: anche sotto il profilo dell’offerta di servizi e distribuzione e somministrazione di alimenti e bevande. Per ottenere il “titolo” necessario all’apertura -così come richiesto per le imprese che effettuano i lavori- andrà richiesto al potenziale titolare, oltre a tutta la restante documentazione (da ridurre all’osso con dichiarazione autocertificata o asseverata da verificare successivamente e sottoposta a fortissime sanzioni -oltre la revoca- per dichiarazioni mendaci) anche il Documento di Regolarità Contrattuale e, cioè il pieno rispetto della normativa posta a tutela dei Gestori e per evitare quelle distorsioni del mercato frutto di aggiramenti della norma (mai controllata da alcun Ente)

Concedere a chi, entro il primo biennio, chiude un impianto inefficiente, la possibilità di bonifiche “semplificate” in caso di mancato riuso del terreno ed avvio di una ricognizione sulle effettive incompatibilità dichiarando superate le “fasi di rinnovo quindicennale” ottenute dai Comuni nel caso in cui l’impianto sia pericolo per la circolazione e per l’ambiente.

Dobbiamo in altre parole, ripristinare quella “gerarchia delle fonti normative” che non può premiare l’iniziativa dei singoli Comuni rispetto ad un progetto di carattere nazionale che dovrebbe essere assunto nell’interesse della collettività anche per “superare” eventuali riserve dell’Agcm. Ovviamente dovrà anche essere introdotta la revoca dell’autorizzazione/concessione a chi non dovesse uniformarsi a tali principi.

In alternativa a questo percorso che può essere definito “soft”, potrebbe essere introdotta la normativa in uso in Belgio e nei Paesi Bassi (di recente prorogata fino al 31.12.2021): in nome della lotta all’inquinamento ambientale (e del suolo) ciascun operatore è chiamato a ridurre proporzionalmente il numero dei propri impianti. Gli impianti individuati vengono conferiti ad un soggetto paritetico sotto il controllo pubblico (da noi potrebbe essere utilizzato il Fondo indennizzi rifinanziato?) che li riceve, li chiude ed entro 90 giorni provvede alla bonifica del suolo a sue spese (ma su questo percorso, torneremo in dettaglio).

Questa strada ha il pregio di essere già stata seguita da altri Paesi dell’Unione Europea, scontando la preventiva autorizzazione degli organismi preposti alla vigilanza del rispetto della concorrenza e del mercato. Il finanziamento potrebbe essere assicurato da un aumento dell’Accisa di un millesimo di €uro (terza cifra decimale sul prezzo esposto) per un triennio (circa 100 milioni di €uro) ed essere utilizzato -anche in combinazione con altri provvedimenti che prevedano il contributo obbligatorio di tutti i soggetti che operano nel settore per integrare -ove ce ne fosse la necessità- il montante da utilizzare, fornendo al Mef la rendicontazione annuale delle risorse movimentate.

Esaurita questa fase, i residui non spesi dovranno tornare -con la relativa rendicontazione finale- nelle casse dello Stato.

Ovviamente queste sono solo delle proposte al “grezzo” che possono e debbono essere affinate: se possibile con il contributo di tutti o almeno di quelli che, pregiudizialmente, non si dichiareranno contrari con l’obiettivo di lasciare inalterato lo status quo o di coloro che pretenderanno di diluire la necessità della riduzione degli impianti sollevando eccezioni preliminari e riserve, con il solo scopo di deviare la discussione su un binario morto Senza queste iniziative forti, ma tese a disegnare la rete del futuro, nel senso dell’efficienza del sistema (anche ipotizzando l’adozione diffusa e concordata dei contratti di commissione) e di una profittabilità complessiva del settore, per la rete, almeno dal nostro punto di vista, non può esserci futuro.

Se a prevalere saranno i piccoli egoismi o i miopi interessi di bottega, il settore è destinato a naufragare: a dire il vero il settore, dopo tali interventi, potrebbe tornare attrattivo anche per operatori che hanno lasciato il mercato italiano che potrebbero apportare un notevole valore aggiunto al sistema nel caso in cui si superasse definitivamente l’incertezza del quadro normativo e decisionale che tanta parte ha avuto nel degrado attuale.

SU QUESTI TEMI, A NOSTRO AVVISO, VA AVVIATO -DA SUBITO- IL CONFRONTO CON TUTTI QUELLI CHE AVRANNO IL CORAGGIO NECESSARIO PER DARE AL SETTORE UNA NUOVA POSSIBILITA’ DI FUTURO.


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