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Back COMUNICAZIONE CD CONTRODISTRIBUZIONE STORIA & MEMORIA. IL FUTURO E' NELLE NOSTRE MANI

STORIA & MEMORIA. IL FUTURO E' NELLE NOSTRE MANI

maniLa memoria è l'incubatrice della storia. Senza memoria non ci sarebbe alcuna storia: nè sulle grandi conquiste, né sulle tragedie dell'umanità. Senza memoria e senza storia non ci sarebbe alcun futuro possibile, ma solo un indistinto vociare sullo sfondo degli accadimenti umani. Sulle tante piccole storie individuali che, messe insieme, danno vita a quel genere umano che conosciamo. Con le sue contraddizioni e la sua continua ricerca di quella "pietra filosofale" che, secondo la leggenda, sarebbe in grado di dare risposta ad ogni interrogativo, di riparare tutti i guasti del Mondo e fornire la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male, di garantire l'immortalità, la ricchezza ed il benessere. Per tutti.

Ma, se la pietra filosofale esistesse, certo non la vedremmo esposta sui banchi del supermercato sotto casa a disposizione di tutti, ma sarebbe, anch'essa -come molte altre cose- appannaggio di una ristretta élite di potenti che, forti del suo possesso, continuerebbero -per l’eternità- a perpetuare la loro condizione di privilegio.
Quello che più stupisce è che, anche nel nostro settore, la memoria e la storia si vanno perdendo, consumate dal rito della vita e dalla sostituzione delle vecchie con nuove generazioni. Con generazioni che, quando non possono, non hanno (e non vogliono) avere memoria di come, faticosamente, si è costruito l'oggi.

La Storia e la memoria ci hanno insegnato che i grandi cambiamenti -e le loro parole chiave- sono sempre stati declinati al futuro. Mai al Passato. Mai al presente ma sempre a quel futuro al quale ciascuno di noi dovrebbe ambire.

La storia e la memoria, quindi, in questo cambio generazionale, hanno finito per sostituire il grande tema del guardare avanti, del prefigurare nuovi spazi, nuovi scenari, nuove strategie, con una quotidianità tutta da vivere con il fiato grosso, istante per istante, "botta e risposta" immediata. Destinata alla consumazione sul posto. Come se non ci fosse domani.

E, invece, bisogna essere testardi ed immaginare che il domani -magari migliore di quello che viviamo oggi- sarà positivo per quanto saremo in grado di prefigurare oggi. Ci vuole forza, volontà, determinazione, senza nulla concedere ad improvvisati nuovi demagoghi, a novelli maghi della parola, agli orecchianti, ai venditori di caramelle già masticate ai margini del bosco.

I risultati non si ottengo senza fatica, senza essere pronti, oggi, al sacrificio ed alla lotta (anche se oggi questo può apparire come un termine desueto in uso nel secolo scorso) e, soprattutto, senza un’idea del domani.

In altre parole nessun traguardo è raggiungibile se ciascuno non matura il convincimento che l'individualismo è fine a se stesso, che spesso si trasforma in strumento nelle mani di chi ha interessi diversi da chi solleva l'esigenza di 

cambiamento e di futuro: ciascuno, invece, deve scegliere di mettere anche il mattone della propria fiducia e della propria speranza, sopra a quello degli altri, per costruire, con il muro della solidarietà, quel futuro del quale la Categoria ha diritto.

Nessuno può immaginare che senza partecipazione, senza investimento emotivo, senza azione coordinata per il raggiungimento di un risultato, un Magistrato possa risolvere il problema o dare dignità ad un'intera Categoria. Magari attraverso una sentenza o un provvedimento che suscitano, all’inizio, soddisfazione ed entusiasmo che possono declinare, nel prosieguo dell’azione, pronunciamenti diametralmente opposti. Magari di un altro Organo Giudicante posto in un altro territorio, che si pronuncia sullo stesso problema ma illustrato (e supportato diversamente).

Ove consegnassimo i contenuti della nostra azione solo al vaglio del “Magistrato”, avremmo già riposto in altre mani il nostro destino (collettivo), tutto il valore universale e solidaristica della nostra azione e della mobilitazione di migliaia di persone.

Alla Magistratura ci si rivolge per avere giustizia, per riparare ad un torto quando si sono percorse tutte le strade per affermare un proprio diritto: al Giudice non può essere demandata la “strategia politica”, la legittima aspirazione a migliorare le proprie condizioni, il proprio desiderio di futuro, le insopprimibili speranze. Il altre parole non si può delegare ad un autonomo organo dello Stato -terzo rispetto alla dinamica del “confronto sociale”- la soluzione di problemi che deve rimanere appannaggio del medesimo “confronto fra Parti sociali”.

Lasciare il nostro destino tutto all’esito di questa scelta sarebbe un grave errore politico perché rischierebbe di confondere, nella scala dei valori, il ruolo di ciascuno degli “attori”, determinando un esito per lo meno incerto della vertenza.

In questa epoca in cui la cosa che appare più realistica non e' quella vera ma quella verosimile, invece avremmo tutti la necessità di riscoprire i valori fondanti del nostro “stare insieme”: quella pratica della partecipazione e della solidarietà che non possono essere sostituite da una “delega al buio” della nostra rappresentanza e della nostra rappresentatività. Chiunque sia il “principe del Foro”. Il destino è nelle nostre mani ed in tali mani deve rimanere: si può contestare -con diritto- 

l’Organizzazione di rappresentanza, si possono cambiare -democraticamente- i suoi vertici, si può chiedere -anche a gran voce- il cambio di tattica e di strategia. Ma tutto deve rimanere all’interno della propria rappresentanza. Ognuno deve avere coscienza della propria responsabilità e deve comportarsi di conseguenza. Anche se ciò dovesse apparire "più scomodo", più difficile, più lungo.

Nelle Aule di giustizia non entra il “popolo” (per usare un’espressione tanto demagogica quanto vaga, astratta e consunta) e nemmeno la rappresentanza del “popolo”: chi vince è chi perde non è mai la totalità della Categoria ma sempre un singolo soggetto. Se vince ha ottenuto, individualmente, giustizia (in prima istanza); se perde rischia di distruggere le speranza di un’intera collettività che ha costruito, nel corso dei decenni, quel sistema di norme che sono poste a tutela della Categoria, senza le quali non ci sarebbe neppure la (fondata) speranza di ricorrere al Tribunale. Senza questa storia, senza questo approdo di una storia che abbiamo costruito passo dopo passo, anno dopo anno, in altre parole, non ci sarebbe Categoria. Questo è un aspetto che, troppo spesso, nonostante sia centrale, finisce in secondo piano. Dimenticato. Omesso. Misconosciuto. Anche nelle rivendicazioni più "avanzate".

Ciascuno deve essere onesto -almeno con se stesso- ed ammettere che, per troppo tempo, si è lasciata in un cantuccio la partecipazione alla vita delle Organizzazioni di Categoria, che si è “delegata” ogni cosa senza sommare il proprio contributo a quello degli altri colleghi; che, troppo spesso ci si è lasciati irretire dalla “Compagnia” (petrolifera o retista che sia) che ha preannunciato -a fronte di una firma sul taglio del margine individuale- un futuro pieno di “litri” (ma mai di risultati economici) anche se conseguiti a danno di un altro Gestore (e poco importa se con lo stesso marchio); che troppo frequentemente si è badato a quello che sembrava -per superficialità o per “paura”- un interesse immediato, ignorando dove sarebbe stata condotta la Categoria dalla sommatoria di gesti individuali apparentemente slegati l’uno dagli altri.
Ora siamo, con la disperazione di alcuni, a tirare le conclusioni di questo percorso scellerato ed anche stavolta non lo facciamo rimboccandoci le mani o partecipando ma affidandoci al “Mago Merlino” di 

turno (nella storia quanti ne abbiamo avuti e quanti si sono eclissati senza lasciare traccia!) spuntato dal nulla e, soprattutto, che non ha alcunché da perdere sotto il profilo individuale. Anzi!

Noi proponiamo un’altra lettura delle cose ed invitiamo tutti a pensare alle opportunità, senza nascondere le difficoltà del momento: dobbiamo costruire -partendo dal Manifesto distribuito nelle scorse settimane (ma elaborato già alla fine dello scorso anno)- una grande “rivendicazione collettiva” che sia la sommatoria di tutte le idee e che dia risposta alle speranze. Una piattaforma collettiva che non si esaurisca nel “ribellismo” individualista ma che possa rappresentare quel “nuovo inizio” di partecipazione, di responsabilità, di condivisione, di scelta troppo spesso sacrificati sull’altare della convenienza individuale e barattati per una sopravvivenza indegna di questo nome.

E’ vero, il Sindacato ha sottoscritto Accordi che, oggi, possono essere criticati. E’ vero! Ma in quale condizione di contesto -al di là dei contenuti- quegli Accordi sono stati siglati? Quanti Gestori avevano accettato -nonostante le grida di allarme del Sindacato- di sottoscrivere accordi one to one? Quanti avevano accettato il taglio dei margini, l’aumento degli orari e dei drop, la rinuncia totale o parziale al rimborso dei cali? Quanti avevano scelto di mettere la corda intorno al cappio che poi li avrebbe strangolati? Quanti sono stati lesti a barattare i propri diritti (conquistati in anni di lotte dal Sindacato) per una speranza che non si è mai materializzata?

E, di questo, può essere (solo) il gruppo dirigente delle Organizzazioni di Categoria chiamato a rispondere dopo aver messo in guardia -inascoltato- contro la deriva che gli accadimenti avrebbero preso?

Ci sembra ingiusto ed ingeneroso (e potremmo scrivere un intero libro su come è cambiata -in meglio- la vita dei Gestori dalla fine degli anni ottanta ad oggi sapendo di raccontare fatti incontrovertibili) ma sarebbe cosa di poco conto. Non porterebbe la Categoria ad uscire da questa situazione di impasse.

Noi siamo fra quelli che non si ritraggono e sono pronti a metterci la faccia: da questa situazione si esce, tutti insieme, solo attraverso una grande mobilitazione ed un’azione collettiva che esprima la delusione ed insieme la combattività e l’unità della Categoria.

Per questo oltre a dare la disponibilità della nostra 

Federazione ad intervenire ad ogni iniziativa che dovesse essere proclamata sul territorio, proponiamo a tutti una “grande manifestazione unitaria di tutti i Gestori” a Roma -con delegazione presso le Istituzioni e le naturali controparti- per rilanciare l’iniziativa e dire: Basta!; per dire che la Categoria la lezione l’ha imparata e che intende rilanciare sul piano della mobilitazione e della solidarietà. Che non firmerà più alcun accordo one-to-one e che rinuncerà all'egoismo individualista.
Ogni Gestore, sotto qualsiasi “bandiera” eserciti la sua attività, è uguale al suo collega del quale condivide sogni, speranze e diritti, passioni e "vittorie", emozioni e sconfitte.

Solo questa affermazione può aprire la strada a migliori condizioni economiche e contrattuali (rispetto alle quali, non abbiamo sentito, in queste settimane, una sola proposta).

Se saremmo capaci, in migliaia, di intervenire e, con ciò, di dare questa risposta collettiva di forza e di unità, allora avremmo la certezza che siamo arrivati ad un grande livello di maturazione della complessità dei problemi e della volontà di affrontarli tutti insieme.

Se, invece, rimarremo a mugugnare sulla cattiva sorte, a scegliere, di volta in volta, il destinatario delle nostre sterili invettive, sul destino cinico e baro piuttosto che su Organizzazioni incapaci di cogliere i fermenti in atto (ovviamente senza indicare sbocchi ad un'azione che pare più orientata a risolvere problemi che poco hanno a che vedere con il domani), saremo tutti sconfitti.

Il Sindacato per ciò che ha rappresentato (e rappresenta) nella storia di questa Categoria, i Gestori che rimarranno “soli” ad attendere un futuro carico di onerosi gravami, in una realtà nella quale, a rimanere, saranno i nostri avversari di sempre.
Vale la pena?

E' questo l'obiettivo che vogliamo perseguire?

Lo abbiamo ben chiaro?

Siamo consapevoli?

Ecco, forse è arrivato il momento di dare queste risposte e fare una scelta!

la Segreteria nazionale Fe.G.I.C.A.

 

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